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INNOVAZIONE 1 Francesco e Nissan: stop al digital divide
aprile 2014 ↓ scarica pdf archivio >>

Corriere Innovazione - 16 aprile 2014

Ronaldo è uno degli oltre duecentomila ragazzi di Mathare. Lo slum di Nairobi sorto su una discarica. Ha undici anni e quello non è neppure il suo vero nome. Ma nello slum, vista la somiglianza col calciatore, lo chiamano così. Lui ne va fiero. Ronaldo fino a un mese fa non aveva mai avuto la possibilità di sedersi davanti a un computer. Poi nella scuola di strada “Why Not”, realizzata dall’Ong LiveInSlums sono arrivati Francesco e Nissan. Gli hanno messo in mano Keepod, una semplice chiavetta Usb: «gli abbiamo detto che quello era il suo computer personale».

E spiegato di inserirla in un vecchio Pc, di quelli obsoleti che di solito finiscono in discarica, seguendo poi le istruzioni. E qui è successa una cosa che ha dell’incredibile, racconta Francesco: «Lo abbiamo lasciato solo davanti allo schermo e dopo un’ora abbiamo scoperto che Ronaldo e il gruppetto di ragazzi con cui “smanettava” sulla tastiera, stavano scaricato filmati da YouTube, foto da Flickr e già un paio si erano creati l’account di posta elettronica su Gmail».

Così il milanese Francesco Imbesi (33 anni) e l’israeliano Nissan Bahar (35 anni), ideatori di Keepod, hanno intrapreso la loro guerra per combattere in modo concreto il digital divide. Ma cerchiamo di capire cos’è Keepod, questa “magica chiavetta”. Esternamente si presenta del tutto simile a quelle dove archiviamo documenti, musica, foto e filmati. Ma al suo interno si trova un sistema operativo Linux, in grado di trasformare qualunque vecchio desktop Pc e notebook datato (fino a una decina d’anni) in computer “nuovo di zecca”. Il fatto poi di avere usato un open software, cioè un sistema aperto, dunque privo di royalties, fa in modo che Keepod abbia un prezzo di soli 7 dollari (circa 5 euro).

IL COMPUTER? UNA SCATOLA VUOTA
«Perché nella nostra concezione informatica il computer fisico diventa una scatola vuota – spiega Nissan, dei due l’esperto informatico – a Keepod non importa neppure l’hard disk, poiché file e documenti sono archiviati al suo interno in cartelle protette». Non solo. L’interfaccia risulta immediata all’uso, con icone simili a quelle che troviamo sugli smartphone Android. Ed ecco spiegata la semplicità con cui i ragazzi dello slum riescono a interagire. Mathare è il primo progetto del “computer da 5 euro” partito con un’operazione di crowdfunding. Grazie alla raccolta di 41 mila euro che serve a coprire le spese vive della scuola.

Ma a essere significativa, oltre agli aspetti hitech, è la storia di Francesco e Nissan. Il primo con una laurea in Economia, fotografo creativo, amante di concerti rock, skating e surfing. Il secondo nato a Tel Aviv da madre italiana, dopo il militare nella sicurezza informatica, a 23 anni approda in Italia per studiare medicina a Pavia. Per mantenersi inizia a fare il consulente in security: «e come spesso accade il lavoro ha preso il sopravvento sugli studi, così alla fine per mancanza di tempo ho smesso». L’incontro tra i due avviene nel 2009 a un concerto. Ed è subito empatia. Iniziano a lavorare assieme occupandosi di chiavette informatiche per crittografare dati nel settore bancario. Un lavoro da ufficio che li lascia presto insoddisfatti.

NO PROFIT COMPANY MA IMPACT COMPANY
L’idea Keepod nasce giusto un anno fa a Milano. Ci siamo chiesti: «Cinque miliardi di persone, cioè il 70% della popolazione mondiale non possiede ancora un computer. Anche soluzioni di Pc low cost con prezzo attorno a cento dollari, non sono proponibili per chi guadagna quattro-cinque dollari al giorno». Perché allora non inserire nelle chiavette un intero sistema operativo? Così in pochi mesi nasce Keepod. Il nome in israeliano significa porcospino. Perché come il coriaceo animale con gli aculei, tira fuori il meglio di sé quando si trova in difficoltà. Scelgono subito un modello di business innovativo. «Innanzitutto niente finanziamenti di terze parti abbiamo fatto tutto con i nostri risparmi – dice Nissan – non vogliamo diventare una “profit company”, bensì una “impact company”. Cioè misurare il nostro sviluppo non su fatturato e ricavi, ma sull’impatto sociale e le vite che contribuiremo a cambiare».

Ecco perché Keepod Ltd. si presenta come azienda “social”. Niente strutture verticali, né marketing e pubblicità. Sede legale a Londra, ma lì ci sta solo il commercialista. Adesso sono una trentina di ragazzi sparsi per il mondo. Quando serve una competenza specifica viene postata sul web la posizione. Così si trovano le migliori figure del mondo disposte ad operare in mobilità. Qualche esempio: «I nostri cervelli in sicurezza sono ragazzi Israeliani e russi di San Pietroburgo, invece chi ci scrive righe di programma lavora da Praga». I super esperti in tecnologia mobile sono cinesi, mentre i guru dei Social e del networking arrivano dalla Silicon Valley. Insomma un pot-pourry multietnico di talenti con età media di 26-27 anni, che lavorano “always connected”.

Comunicare non è un problema. Si parte la mattina con una saluto da cellulare via WhatsApp. Durante la giornata gli sviluppatori sono online con Skype e meeting room virtuali. Così si evitano perdite di tempo. Sorride Nissan: «Capita che sia seduto in spiaggia a Tel Aviv e mi metto in videochat con il team. Il vantaggio è quello di tenere tutto scritto, di condividere documenti e programmi». Dunque niente gerarchie l’azienda è flat. Tutti parlano con tutti al momento giusto. I “Keepod boys” viaggiano rigorosamente con voli low cost. Vitto e alloggio? «Se possibile ci facciamo ospitare da amici, altrimenti va bene un hotel a tre stelle, con l’unica condizione che sia dotato di Wi-Fi». Perché a Francesco, Nissan & Co. togliete tutto, ma non la connessione web.

VITA DA SLUM
Mathare con un’estensione di 4 chilometri quadrati è il più grande slum di Nairobi (Kenia). Ci vivono oltre mezzo milione di persone, ma il numero esatto non è censito. Qui è partito il mese scorso il primo progetto Keepod. A portarlo avanti l’Ong LiveInSlums, impegnata da due anni in un progetto per la costruzione di una scuola di strada e l'avvio di un programma agricolo. Mathare era una cava, diventata negli anni un’immensa a discarica. Sopra la baraccopoli, interamente costruita con materiali di scarto. Cartoni, legno, plastica, gomme di auto e rifiuti. Nel periodo delle piogge si trasforma in pantano melmoso, visto che non esistono fogne. La vita media nello slum è 46 anni, oltre la metà sono giovani sotto i 18 anni. Di sera diventa molto pericoloso girare. Perché Mathare si trasforma in campo di battaglia tra gang rivali, per la contesa del territorio.

twitter @utorelli









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