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Biomasse: energia pulita dagli scarti agricoli
dicembre 2011 ↓ scarica pdf archivio >>

Prendete gli scarti delle coltivazioni di mais, i rifiuti organici e liquami degli allevamenti suini e bovini. Mettete il tutto a fermentare in un grande pentolone il cosiddetto “digestore”. Ebbene, con un processo analogo a quanto avviene per le mucche, dopo una trentina di giorni il materiale organico si trasformerà in gas naturale. Quindi in energia. Benvenuti nel mondo delle biomasse, una fonte di energia rinnovabile che anche il sistema Italia inizia ad apprezzare. Nel 2010, secondo i dati Terna, su 300 TW/h (300 mila Gigawat/ora) di energia elettrica prodotta in Italia, circa 10 TW/h sono stati generati da biomasse. Di questi, due terzi sono finiti in elettricità, immessa nelle rete nazionale. Il calore rimanente viene distribuito attraverso impianti di teleriscaldamento.

Tornando indietro nel tempo scopriamo che la legna da ardere, rimane l’esempio più eclatante di biomassa, usata come fonte di calore. Oggi sotto questo termine riuniamo una grande quantità di materiali organici, di natura eterogenea. Escluse materie plastiche e fossili.
La biomassa rappresenta il sistema naturale per l’accumulo di energia solare. Immagazzinata durante la crescita delle coltivazioni e restituita poi al momento dell’utilizzo. Sono quindi materiali organici, vegetali e animali, destinata a fini energetici e alla produzione di fertilizzanti agricoli. Ma le biomasse provengono anche da scarti di lavorazioni agro-alimentari. Contribuendo così al recupero di energia che altrimenti andrebbe persa.

Spiega Giovanni Montresori, presidente di Labelab, azienda ravennate presente nei settori energia, acqua e rifiuti: «quello delle biomasse è un settore filiera corta, perché rappresenta una concreta opportunità per le aziende agricole di essere autosufficienti in termini energetici». Con un ritorno degli investimenti in 4-5 anni. Poiché dalle incentivazioni si ottengono 280 euro per ogni Megawatt di energia elettrica reimmessa in rete.

Interessante per il nostro paese, il discorso dei sistemi a biogas. Impianti di questo tipo, 521 in Italia di cui 210 il Lombardia, non comportano la combustione diretta dei materiali vegetali. Il processo energetico si attiva con la produzione di una miscela gassosa ad elevato contenuto di metano. Ottenuto dalla fermentazione in ambiente controllato, a circa 35-37 gradi di temperatura, della frazione organica delle biomasse. Il processo avviene all’interno dei digestori, le grandi vasche coibentate e riscaldate, dove il materiale organico è tenuto in costante movimentazione per favorire la produzione di biogas. Metano usato per fornire energia termica a reti locali di teleriscaldamento. Non ultimo dal processo si ottengono anche biocarburanti, come il biometano per autotrazione.

Il punto di forza è che ogni agricoltore, ma anche un consorzio formato da più aziende, si possono associare per produrre in modo autonomo energia elettrica e termica. «Non appena sarà completato il quadro normativo – dice ancora Montresori - si valorizzerà il biometano, con la possibilità di immetterlo nella rete di gas naturale». Consorziarsi significa anche dividere i 4 milioni di euro, necessari per realizzare un impianto di medie dimensioni. In Italia, contrariamente a molti paesi del Nord e Centro Europa, l’unico sistema di regole ed incentivazione tariffaria definito si riferisce alla generazione di energia elettrica e alla sua immissione in rete.

E poi il calore di recupero dal sistema di raffreddamento del motore è normalmente utilizzato per i fabbisogni termici dell’impianto stesso. Ma anche immesso in reti di teleriscaldamento e mandato in turbine speciali per produrre, in cicli combinati, ulteriore energia elettrica. Come ad esempio i sistemi Orc (Organic Rankine Cycle). Infine a valle del processo, si ricava un sottoprodotto, il cosiddetto digestato, che rappresenta un ottimo fertilizzante da impiegare in giardini privati e culture agricole.

In termini economici, in base alle disposizioni di legge, investire nel biogas oggi significa avere la certezza di ricavi costanti nel tempo. «In pratica un impianto rappresenta una fonte di integrazione del reddito per l’agricoltore – conclude Montresori – che, in caso di compartecipazione del costruttore nella realizzazione, investe una quota sostenibile nel tempo». Inoltre la tecnologia della fermentazione controllata può essere applicata a colture energetiche come cereali, colza, girasole. Ma anche bucce di pomodoro, vinacce, sanse di oliva, scarti di macellazione. Dunque il vantaggio del biogas rispetto all’energia ricavata da biomasse provenienti dal legname risulta rilevante.

Perché i materiali che vengono conferiti al digestore sono sottoprodotti di lavorazioni agricole e zootecniche. Oppure culture ad hoc, a cui l’agricoltore può destinare una percentuale del coltivato, di solito entro il 10-15% della di filiera corta. Che spesso quando l’impianto è collocato nella stessa azienda agricola diventa cortissima. Mai come nel caso degli allevamenti suine vale il proverbio contadino: «del maiale non si butta via nulla».








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